“Terrore” persiano!

Riceviamo e pubblichiamo su segnalazione del nostro amico e collaboratore Massimo Pumilia questo articolo pubblicato nel 2003 nella rivista "L'Oppresso", e particolarmente attuale oggi, con le notizie arrivate in queste settimane dall'Iran

Il piano di “difesa” della “unioneuropeista” Turchia progettato dagli USA, se approvato, sarà un duro colpo per l’Unione europea che, oltre a far scendere nelle piazze milioni di persone di 36 nazioni sponsorizzando le bandiere della pace (qualcuno dice made in Vaticano), non può nulla in quanto priva di una potenza militare unitaria e in quanto piena di contrasti tra l’asse Francia-Germania e i suoi anelli deboli (Italia, Spagna). Il paventato massacro minacciato a danno delle popolazioni irachene fatto vivere come inevitabile e imminente (per il momento), è, con buona probabilità, un pretesto per gli Stati Uniti al fine di occupare militarmente quella zona adiacente all’Asia Centrale. Infatti, uno studio dell’Asia Times di Hong Kong, in gennaio, ha rivelato che gli USA stanno freneticamente pianificando “una rete d’oleodotti multipli nella regione del Mar Caspio” e “hanno concluso importanti accordi d’affari per conto diretto o indiretto delle grandi compagnie petrolifere”. Anche la fatiscente Enron Corporation studiò attentamente un piano per la costruzione di un oleodotto da 2,5 miliardi di dollari da costruire attraverso il Mar Caspio. La linea dell’oleodotto coincide guarda caso geograficamente con le nazioni asiatiche dove esisterebbero i covi dell’organizzazione Al Qaeda (Afghanistan), dove si costruirebbero bombe atomiche (Iran) o armi di distruzione di massa (Iraq), dove avverrebbero le fantomatiche “pulizie etniche” (Cina-Tibet, Serbia-Kosovo, Russia-Cecenia), termine peraltro sempre utilizzato a sproposito e senza alcun significato preciso. La stampa americana e quella “pacifista” europea, ottenebrati, i primi, dai soldi elargiti dall’amministrazione Bush e dalla CIA, animati, i secondi, da buoni propositi che lastricano sempre le vie dell’inferno, lanciano l’ennesimo campanello d’allarme: l’Iran si avvia a costruire la bomba atomica! E non è tutto! Già nell’ormai lontano 30 aprile 1995, il presidente americano Bill Clinton pose l’embargo commerciale all’Iran con il pretesto di invitare il governo all’abbandono del “programma nucleare nazionale e il sostegno al terrorismo islamico”. Quella che l’Iran chiama estrazione di minerali dal sottosuolo (perché la terra assume valore solo in quanto fattore di produzione) viene appositamente interpretata e propagandata come costruzione di armi di distruzioni di massa! Secondo il New York Times, l’Iran “sta cercando di fomentare instabilità” nelle regioni di confine dell’Afghanistan occidentale e ha dato asilo a un piccolo numero di combattenti di Al Qaeda. Queste accuse “a tempo” sono state affibbiate al governo di Teheran, nel momento in cui l’Iran non è entrato nella coalizione antiterrorismo (sic!). E’ necessario, a questo punto, ricordare con un breve excursus storico, i vari tentativi di sottomettere questa nazione alle mire degli Stati Uniti in competizione con gli stati europei, in particolare con la Germania (grande esportatrice di merci in sovrapproduzione che il mercato iraniano assorbe).
Nel 1951, l’assemblea nazionale iraniana approva un disegno di legge per la nazionalizzazione di tutti gli impianti petroliferi operanti nel paese. Il governo del primo ministro Hasain Ala, contrario alla misura, viene fatto cadere, e si costituisce un governo di coalizione capeggiato da Muhammad Mossadeq che avvia la nazionalizzazione della compagnia anglo-iraniana del petrolio. Nell’impossibilità di intervenire militarmente (non sono passati che pochi anni dal massacro inter-imperialista della II guerra mondiale!), la CIA inizia ad operare per risolvere “silenziosamente” l’imprevisto. Lo scià è, infatti, contrario alle politiche di Mossadeq sulla questione petrolifera e lo rimuove dalla carica. Ma Mossadeq, sostenuto dal consenso popolare manifestatosi con grosse mobilitazioni di massa, si rifiuta di dimettersi, costringendo lo scià a rifugiarsi a Roma. Dopo tre giorni di scontri, grazie a operazioni di commandos e al supporto “spirituale” della CIA, l’esercito riprende il controllo di Teheran: Mossadeq e alcuni suoi collaboratori vengono arrestati. Lo scià torna in patria e mette al governo il generale Fazullah Zahedi. Gli Usa appoggiano il corso reazionario (usiamo bene i termini!) con un prestito di oltre 45 milioni di dollari. Riprendono le relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna, interrotte dal 1951. Governi del genere sono infatti sotto la protezione di gendarmi regionali, preferibilmente non arabi (vedi Turchia, Israele, Pakistan), mentre le forze americane e britanniche rimangono nell’ombra pronte ad intervenire. Nel 1960, l’Iran riconosce lo Stato d’Israele e s’inimica i Paesi arabi. Nel 1963 lo Scià introduce la “Rivoluzione bianca”, un pacchetto di riforme sociali ed economiche per sottomettere le grandi risorse del paese ai diktat occidentali. La schifosa politica era volta tutta a portare “benessere” nell’Occidente, lasciando morire di fame la popolazione locale. Gli stati imperialisti, rapinando di fatto la popolazione locale delle proprie risorse, hanno sempre portato in quelle zone (non solo in quelle!) l’effetto dell’abbrutimento delle persone, propagandando che determinate nazioni fossero reazionarie, ergo sarebbe stato giusto e legittimo introdurre uno stile di vita occidentale (necessaria quest’osservazione per sfatare il luogo comune sul carattere reazionario, da un punto di vista sociale, del clero sciita). Nel 1975, tutti i partiti sono messi “democraticamente” fuori legge ad eccezione di quello della Rinascita nazionale iraniana, legato allo scià. La lotta alla politica del monarca è guidata dai capi religiosi (imam), contrari alla dipendenza occidentale della società iraniana. Reza (all’epoca fantoccio presidenziale) risponde con la repressione più brutale, affidata alla Savak, la polizia politica. Nel 1978, il movimento di protesta invoca il ritorno in patria dell’ayatollah Ruhollah Khomeini (costretto all’esilio in Francia sin dal 1963) al fine di istituire un nuovo governo. Nel gennaio del 1979 le manifestazioni di piazza costringono lo scià a fuggire all’estero, ponendo fine ai suoi 37 anni di barbarie. Il 1 febbraio 1979, Khomeini rientra in Iran in trionfo e il successivo 11 febbraio è ufficialmente proclamata la fine della monarchia. All’inizio di aprile nasce la Repubblica islamica. Nel periodo intermedio si tiene un referendum: il 98% dei votanti dice sì alla nascita del nuovo stato. L’“anacronismo” dell’Iran sarà sempre più intollerabile per una borghesia araba “micragnosa e puzzolente”, compradora in quanto composta da autentici kapò al soldo dell’Occidente.
Nel 1980, Saddam Hussein dichiara guerra all’Iran per riconquistare la riva sinistra dello Shatt al-Arab, zona ricca di giacimenti petroliferi. Sono gli USA e l’Europa a sostenerlo. Nel 1984 due aerei iraniani vengono abbattuti da aerei statunitensi nel Golfo Persico; nel 1987-88 l’Iran è bombardato, non solo dall’Iraq di Saddam, ma anche dagli USA: all’epoca i due erano “soci”! Alla fine della guerra nel 1988, la nazione esce a pezzi dal conflitto, con almeno un milione di morti e gravissimi danni economici. Il successore di Khomeini (morto un anno dopo), Ali Khamenei, e il presidente della Repubblica Akbar Hashemi Rafsanjani, in carica fino al 1997, attuano una politica economica volta ad attirare investimenti stranieri per la ricostruzione del paese devastato dalla guerra. Gli anni ’90 iniziano, quindi, per l’Iran, all’insegna del debito pubblico e di una forte inflazione. Le cause vanno ricercate negli stessi investimenti stranieri, a danno dell’economia locale, che sono stati linfa vitale per gli stati occidentali: questi sono i risultati di quello che, dalle nostre parti, si chiama democratizzazione od occidentalizzazione! Nel 1995, “La Casa Bianca e il Congresso hanno approvato un piano di destabilizzazione dell'Iran -eufemisticamente di democratizzazione- per neutralizzarne l'appoggio al terrorismo, impedire che si procuri la bomba atomica, e costringerlo ad adottare una politica moderata; e hanno stanziato 20 milioni di dollari per le attività clandestine della CIA contro l’Iran” (Il Corriere della Sera del 23 dicembre ’95). Nel 1997, con il pretesto di una sentenza emessa da un tribunale di Berlino, che ha considerato colpevoli i capi del “regime” per l’omicidio di alcuni esponenti curdi, l’establishment USA ha preso prontamente la palla al balzo per intimidire e ricattare il governo di Teheran e le popolazioni locali, minacciando la possibilità di missioni yankee contro importanti obiettivi militari iraniani. Alla fine del 1998, negli atenei, che sono d’ottimo livello e sfornano ingegneri e programmatori tra i più ricercati del Medio Oriente, l’intellighentia manifesta attraverso spettacoli teatrali, letture pubbliche di autori occidentali, a favore della sedicente modernizzazione. Il movimento si estende in pochi giorni in tutte le principali università del Paese e soprattutto in quella di Teheran. Quest’ultimo aspetto, che sembrerebbe confermare il carattere repressivo-reazionario del “regime” iraniano, invece non è altro che un ulteriore effetto della crisi economico-politico-sociale nella quale l’Iran è stato gettato. La voglia di occidentalizzazione è crollata miseramente, quando, nel ventitreesimo anniversario della rivoluzione (11 febbraio 1979), centinaia di migliaia di iraniani sono scesi in piazza per protestare contro il governo Bush che, nel rapporto sullo Stato dell’Unione, ha accusato Iran, Iraq e Corea del Nord, di costituire l’asse del male. Le accuse di Bush hanno sortito l’effetto di unire i due schieramenti precedentemente contrapposti: gli uomini guidati dal presidente Mohammad Khatami e quelli che fanno capo all'ayatollah Ali Khamenei. E’ opportuno richiamare le dichiarazioni del New York Times, nel 1953, che, plaudendo al rovesciamento del regime parlamentare di Mossadeq in Iran, osservò: “I paesi sottosviluppati, ricchi di materie prime, adesso hanno potuto constatare l’alto prezzo che devono pagare se si fanno trascinare dal fanatismo nazionalista”. Quello che ovviamente ci interessa è che il tentativo di autodifesa dell’Iran è l’ennesimo ostacolo alla conservazione di un sistema costretto a manifestare la sua crisi immanente contro ogni tipo di opposizione al suo corso universale (cioè, in un unico verso).Quindi deluderemo chi vorrebbe tanto accusarci di essere filo-iraniani; deluderemo anche quei democratici di stampo centro “sinistro” che pretendono dagli abitanti dell’Iran, dell’Iraq, dell’Afghanistan, un loro incamminarsi verso un’attitudine analoga alle lotte “anti-berlusconiane” in un’ottica tutta occidentale; deluderemo infine coloro i quali si vestono con i panni dei comunisti-marxisti-internazionalisti “un sacco” ortodossi che pretendono, da parte di questi abitanti, una trascendenza immediatistica verso posizioni comuniste internazionaliste e la medesima metafisica saldatura con un proletariato occidentale già su posizioni rivoluzionarie (?). Forse si dimentica che la gens e il medesimo proletariato “nostrano” appoggiano governi che bombardano, massacrano e torturano questi popoli: infatti, ci odiano, ci vedono come i loro aguzzini ed hanno ragione!
Questi eventi dovrebbero servire piuttosto a svegliare dallo stato di coma profondo delle lotte politiche gli abitanti dei paesi occidentali, eternamente impelagati e incanalati all’interno delle chimere della democrazia e del riformismo, tendente a conservare uno stato di cose in totale putrefazione. In alternativa, si può mai attendere che l’Europa e gli USA, nell’impossibilità di trovare una soluzione pacifica alla crisi generale, inizino con un nuovo termonucleare conflitto interimperialistico a massacrare anche noi, come hanno già fatto (ricordiamo lo scontro nazismo-democrazia)? Come sono costretti a farlo, determinati dalla crisi sempre più drammatica del sistema capitalistico, contro i fantasmagorici “Stati canaglia”? Come saranno costretti ancora ad attuarlo in futuro contro i proletari occidentali e le popolazioni “in esubero” del resto del mondo? A noi la scelta…

Willy Coyote

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