Cartoline dal “Giro” per ciclolettori incalliti

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Un ricordo dell'edizione 2009 di Cronache Italiane pubblicato, dal nostro ospite e amico Alberto Brambilla, sul proprio blog http://fuoricampo.tgcom.it/

Mi invitano degli amici (ciao Filippo) a Città della Pieve, centro artistico e nodo strategico, collocato com’è a mezza strada fra la Toscana senese (e aretina) et l’Umbria (non lontano però si insinua il territorio laziale), in summa: quasi un centro de lo munno in minore. E infatti Città della Pieve si forma come castrum difensivo della longobardissima Chiusi contro le insidie di Perugia bizantina. Poi il tempo sconvolgerà gli uomini e le terre, con Città sotto il dominio perugino, eletta questa volta baluardo difensivo contro la Repubblica senese. Ma ancora oggi il borgo medievale si gode il suo isolamento ammirevole e gli avversari di oggi sono i signorotti in suv, arroganti e schizzati (de Roma o de Milàn pari sono) che vorrebbero turbare i ritmi millenari. Sono senza auto e così per due giorni mi godo la Città, i suoi vicoli, le stradine, le mura, le troppe chiese abbellite dai colori del Pomarancio e del Perugino, che è gloria locale, indebitamente assegnato al capoluogo regionale. Ma per caso mi addentro nell’oratorio di San Bartolomeo. Porta socchiusa… e allo sguardo del visitatore ingenuo si è aperta la commovente Crocifissione di Jacopo di Mino del Pellicciaio, che ripaga le ore del viaggio. Poco dopo incontro il parroco, l’anziano ma ancor vispo don Siro; riconosciutomi alla parlata lombardotto qual in effetti sun, mi trascina in una questione di alta storia ecclesiastica sul tema: perché la chiesa lombarda ha dato tanti papi nel Novecento? Io mi arrabatto, invento, ipotizzo e poi me ne fuggo, caro don Siro scusami, buona giornata ma sono atteso per una cena .

Forse in prospettiva del centenario del Giro d’Italia qui sono stato invitato a chiacchierare nu poco dell’Italia ‘minore’, quella appunto messa in vetrina dalla corsa rosa. È un bel tema. Innanzitutto bisogna dire che, almeno fino agli anni 50-60, tempi di emigrazione e boom economico, ci sono tante Italie, non però minori o maggiori, piuttosto c’è la dialettica città/campagna, forse mare /montagna-appennini. Tutta l’Italia è in qualche modo minore, nel senso di sconosciuta agli altri, ai foresti, almeno fino all’avvento massiccio della TV, inizio anni sessanta. La grande boucle, l’anello, il cerchio, il percorso unitario che in qualche modo ri-badisce l’identità della Francia, ridisegna l’exagone, l’esagono. Così è in qualche modo il Giro d’Italia, un meraviglioso viaggio nel bel paese, da descrivere e raccontare ai lettori-spettatori soprattutto attraverso le parole dei giornalisti-scrittori (Pratolini, Gatto, Buzzati, vi par poco?). La descrizione paesaggistica, con tutto ciò che ne consegue - attrazioni turistiche, monumenti d’arte, eno-gastronomia, folclore tradizioni – è una variante importante del ‘fare colore’, ossia riempire di descrizioni o racconti i momenti di stanca della corsa (che non sono pochi). Certo spesso sono immagini stereotipate, cartoline turistiche ( “L’Umbria verde”, per esempio), anche se non manca qualche eccezione. Beccatevi questa citazione a mo’ di campione: « Passiamo Terni ordinata, ed entriamo nelle campagne uniformi e negli altopiani salienti dei colli umbri […]. Todi accenna sulla collina altissima, sotto l’egida del campanile aguzzo della vecchia cattedrale […]. Degli alberelli punteggiano col loro verde laccato le praterie ubertose: la strada si inerpica, cercando di avvolgere Todi imperiosa nel gran silenzio verde […] L’Umbria si distende costellata di piccoli borghi, ricca di colore e di poesia (pensate che deriva addirittura dalla cronaca dedicata dalla “Gazzetta dello Sport” al primo Giro, 1909).

Cosa vedono in corsa i ciclisti? Poco o nulla, altro che paesaggi e italietta minor! Ma ugualmente, i loro visi sono una carta geografica, la loro parlata dialettale è un tratto inconfondibile di un’Italia di provincia che comunque corre insieme, si confronta, infine si conosce. Mi viene in mente, chissà perché, Vito Tacconi, l’abruzzese. Ma poi incontro Balma Mion (così all’anagrafe, non Balmamion) il piemontese della cintura torinese, faccia da cinese, carattere freddo, calcolatore; ex tornitore Fiat, uomo schivo, due giri d’Italia senza una tappa vinta. Oggi è un uomo misurato, intelligente che spiega senza enfasi, da buon piemontese (ciao Franco, salutami la signora). E i tifosi? Essi, condannati all’immobilità, non vedono neppure la corsa, figuriamoci l’Italia; ma in qualche modo si sentono per un giorno protagonisti e partecipi di una specie di progetto e di destino unitario. Per l’Italia di solito dimenticata, dei paesini arroccati nell’impervio Appennino, o dimenticati nelle viscere più profonde, il Giro è finalmente un riconoscimento, uno spettacolo, una festa popolare, a cui non si può dire di no. Più o meno queste cose ho detto e qui ripeto come ideale introduzioni ai libri che incominciano ad arrivare, appunto in onore della corsa rosa che ci allegrerà e appassionerà in questi giorni. Avrà sulle spalle un secolo di vita il Giro d’Italia 2009. Sono infatti passati cento anni dal 13 maggio 1909 quando, davanti all’albergo Loreto di Milano, 127 intrepidi ciclisti partirono prima dell’alba per quella che diventerà la corsa a tappe nazionale per antonomasia, ancora oggi organizzato dalla «Gazzetta dello Sport». Cento anni – e quasi altrettanti Giri, perché alcune edizioni non si corsero a causa delle due guerre mondiali – nei quali il romanzo del giro ha espresso i suoi eroi. Vengono alla mente, in ordine sparso i nomi i visi e la fatica di Binda, Ganna, Girardengo, ovviamente Coppi e Bartali, e poi a scendere di Eddy Merckx, Gimondi, sino a Moser, Saronni, e al pirata triste Pantani. Per chi volesse un rapido ma efficace ripasso intorno alle loro umili e grandi imprese umane e sportive consigliamo un bel libro soprattutto fotografico, Un secolo di passioni, vera miniera di suggestioni (utilissima poi la sezione finale con dati e statistiche su tutte le 91 edizioni). Chi invece volesse rivivere ‘narrativamente’ alcuni punti salienti e ritrovare qualche campione (nella geografia del suo cuore, intendo, che non sempre coincide con le statistiche ufficiali), consiglio il Giro ‘riscritto’, ossia reinventato in 21 tappe (più un prologo) da 22 coraggiosi cronisti; ne esce un libro simpatico e coinvolgente, da gustarsi poco alla volta (avviso ai ciclolettori: il libro non è recente, ma lo si trova con facilità).

Un secolo di storia sportiva e non solo, quello segnato dalla corsa rosa, in cui l’Italia e il mondo intero sono profondamente cambiati. E di quei mutamenti nell’economia, nella politica, nella cultura, nella società e nel costume la corsa in rosa è stata certamente specchio e testimone. Qui il discorso si fa dunque più ampio ed articolato rispetto al nostro punto di partenza. Ricostruire e raccontare la storia del Giro significa dunque anche narrare la storia dell’ultimo secolo del nostro Paese. Lo fanno ora due studiosi che, partendo dalle fonti più disparate, e dalle carte povere dello sport – canzoni, testi letterari, articoli di giornale - raccontano i protagonisti dell’epopea del Giro e della storia italiana. Un modo originale ed avvincente per raccontare il nostro Novecento.

Incomincia la grande festa popolare, il Giro. Lo vedremo a milioni davanti alla TV, con la speranza che questa volta sia tutto pulito, non ci siano sorprese, se non il ritorno di Amstrong e Basso, la strana coppia. Ci faranno compagnia le immagini e le voci di Auro Bulba (non è il protagonista di un cartoon made in Japan, il cognome completto è Bulbarelli) e Davide Cassani, a colpi di tubolari, moltipliche, tattiche e via discorrendo. Ma il buon Cassani, discreto ciclista in gioventù, è diventato star televisiva, quasi elevato a guru della filosofia velocipedistica. E scrive anche libri, manuali per quelli che hanno ancor la forza di pedalare in questo nostro povero paese, con le strade tutte in salita. Se vuoi unirti ai prodi devi ascoltare i suoi consigli. Qual è la bicicletta giusta per cominciare? Come si fa a trovare la forza per alzarsi la domenica mattina e affrontare 70 chilometri e passa sui pedali? Come coprirsi nella brutta stagione quando il freddo e la pioggia mordono i garuni? Niente paura c’è il Davide che ha scritto il manuale che fa per voi. Vi svela le dritte, vi cerca le motivazioni, confessa gli accorgimenti, propone le strategie e offre le tabelle di preparazione, con tanto di foto e schemi per i più imbranati (come me).

Ho quasi finito, su alegher bagaj. Un consiglio Se volete divertirvi un po’ e non avete ahivoi 6 anni e non siete al mare e dunque non potete fare piste di sabbia e usare le biglie di plastica, quelle con dentro i ciclisti (una delle più grandi invenzioni del secolo passato); se però credete di essere dei maghi, c’est à dire dei saputelli in fatto di ciclismo; se non avete niente di meglio da fare; se avete una compagnia di sfigati o di appassionati della bicicletta (quelli che si cuccano anche 100 chilometri per volta, fisico bestiale, sinceramente li invidio io che reggo solo un quinto nonostante il manuale del Cassani) e non sapete come passare il tempo; be’, allora ho un libretto per voi, pieno di domande e curiosità ciclistiche. Può scatenare una, spero sana, competizione, ma anche erudire il pupo, visto che è corredato da commenti e box esplicativi..

Corsa finita, arresto le mie biciclette di carta, ripongo i miei inchiostri colorati. Ciau mama, sono arivato, preocupess no. Ecco il solito riepilogo finale per gli aspiranti lettori:

Ø Un secolo di passioni. Giro d’Italia 1909-2009 (il libro ufficiale del Giro), Rizzoli, 2009. Pagine 256, 25 euro.

Ø Gianni Rossi (e altri), Quel Giro d’Italia del Novecento, Ediciclo, 2007. Pagine 172 per 18 euro.

Ø Paolo Colombo Gioachino Lanotte, La corsa del secolo. Cent’anni di storia italiana attraverso il Giro, Oscar Mondadori. Un volume di 218 pagine per 10,50 euro.

Ø Davide Cassani, Quelli che pedalano, Mondadori, 2009. Pagine 158, 16 euro.

Ø Michele Marengo, Il ciclismo a test, Alpha test, 2009. Pagine 186, 12,90 euro.

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